Per alternativa al centrosinistra un equipaggio affiatato e un capitano scelto per competenze

•4 febbraio 2017 • Lascia un commento


Una domenica pomeriggio, la pioggia e il tempo a disposizione consentono di fermarsi a riflettere e immaginare cosa potrebbe essere il futuro. Nello specifico il futuro di questa Regione sommersa non solo da neve e acqua ma da un numero infinito di problemi: disoccupazione, economia allo stremo, tensioni sociali, fame e chi più ne ha più ne metta. Un quadro veramente desolante che non porta certo piacevoli pensieri ma che non sembra scalfire la superficialità di chi è, ora, chiamato al governo della Sardegna.

‎La Regione sembra un natante in balia delle onde con un equipaggio che sembra navigare a vista. Di tanto in tanto qualcuno urla “terra, terra” ma all’orizzonte non si avvistano approdi sicuri. Giusto qualche scoglio che incrina un po’ alla volta uno scafo decisamente fragile. Il naufragio è all’orizzonte e le forze politiche, almeno quelle alternative all’attuale, hanno l’obbligo morale di dare corpo ad uno schieramento credibile e con un programma di governo semplice e realizzabile. Semplice in quanto, spesso, con la semplicità si riesce a dare risposte a problemi che paiono insormontabili e realizzabile in quanto non deve trattarsi del solito programma, copia e incolla, buono per tutte le stagioni ma, di fatto, poco concreto e irrealizzabile.

Lo schieramento alternativo si deve costruire intorno al programma, senza preclusioni ed aprendo a tutte quelle forze, più o meno consistenti, che non si riconoscono negli attuali partiti. Un programma di pochi punti concreti ed immediatamente realizzabili che metta al centro della scena il cittadino con le sue esigenze e la valorizzazione del patrimonio.
Patrimonio: completamento del censimento e realizzazione di programmi di valorizzazione e dismissione (le risorse che si riesce ad incamerare dallo sfruttamento effettivo del patrimonio immobiliare sono risorse che non si devono chiedere ai cittadini); Programmazione: le migliori competenze per tracciare la strada dello sviluppo; Servizi al cittadino: sanità, trasporti, politiche sociali, riorganizzazione e armonizzazione macchina burocratica; Agricoltura e pastorizia: sostegno alle produzioni locali e internazionalizzazione con apertura di nuovi mercati e il consolidamento degli esistenti; Turismo: promozione e rilancio dell’industria turistica puntando sulla qualità e varietà dell’offerta; Impresa: sostegno alle imprese in difficoltà con strumenti finanziari quali il microcredito e il de minimis. Questi pochi punti potrebbero sembrare scontati e non originali ma se affrontati col giusto spirito e le giuste competenze, che prescindono da titoli accademici e appartenenze partitiche, possono finalmente far ripartire questa regione e arginare il fenomeno dell’emigrazione e dell’assistenzialismo che tanto male hanno causato alla Sardegna.
Detto ciò, credo che tutte le forze politiche non di sinistra e non pentastellate possano trovare, partendo dalla prospettiva dell’elettorato, il modo per dar vita ad un equipaggio in grado di condurre in acque più tranquille quel bastimento chiamato Sardegna. Un equipaggio affiatato e un primo ufficiale scelto sulla base delle competenze, della capacità d’ascolto, della propensione al sacrificio e la capacità di mediazione tipica di un leader. Non un capo ma un leader. La differenza è sostanziale.
Per la scelta c’è chi propone le primarie, e qui ci sarebbe da definire al meglio le regole ma occorrerebbe troppo spazio, ma andrebbero bene anche altri metodi, sondaggi o, ancora meglio, un ritorno al dialogo all’interno dei diversi partiti e movimenti e ad una selezione della classe dirigente non basata solo sul principio dell’obbedienza al capo di turno. Intanto, dedichiamoci alla costruzione dell’equipaggio, alla rotta e alle caratteristiche del capitano.
Pierluigi Mannino – Consigliere comunale di Cagliari del gruppo #Cagliari16

Da Ad Maiora Media

“Vado via, anzi no”: Renzi, il politico sopravvalutatoContrordine compagni, scherzava! Colui che legò la sua carriera politica all’esito del referendum dello scorso 4 dicembre ha cambiato idea e rilancia, punta al 40% dei consensi

•4 febbraio 2017 • Lascia un commento

Contrordine compagni, scherzava! Colui che legò la sua carriera politica all’esito del referendum dello scorso 4 dicembre ha cambiato idea e rilancia, punta al 40% dei consensi.Facendosi ancora forte del risultato delle ultime europee, il PD prese il 40%, ma non tiene conto del fatto che quella tornata elettorale vide la partecipazione del 35% dell’elettorato e, come si sa, l’elettore del centrodestra, quando non sente l’elezione, è indisciplinato e diserta le urne. E questo è un particolare di non poco conto da tenere bene a mente.

Ancora, Renzi non tiene conto della sua, incredibile, capacità di unire i suoi avversari e la dimostrazione la si è avuta proprio nella tornata referendaria. In pratica, Renzi si sopravvaluta e non si rende conto che sta antipatico a gran parte dell’elettorato.

Non si rende conto che non è nelle condizioni di personalizzare ancora una volta la sfida elettorale, non si rende conto della superficialità e della pochezza della sua proposta. Dice cose scontate e dimostra di non aver fatto una attenta analisi di ciò che è successo il 4 dicembre. Intorno a lui i soliti sostenitori e compagni di (s)ventura che ostentano sicurezza ma che trasmettono superbia e arroganza. Renzi è riuscito a dimostrare che il rinnovamento non necessariamente passa per l’età anagrafica, D’Alema docet.

Il rinnovamento non è l’affrontare la politica con fare da spaccone, il rinnovamento è ribaltare prospettive, cambiare schema di gioco, capire quando, come e dove intervenire.

Anche qui, nei suoi 1000 giorni, ha dimostrato di essere incapace di rinnovare. Gli interventi posti in atto non hanno sortito effetti positivi. Jobs act, buona scuola, bonus e prebende varie hanno ottenuto il solito, fallimentare, risultato di chi vuole affrontare con arco e frecce chi ti attacca con carri e bombe.
Il problema del Paese è nella domanda e il Renzi che fa? Agisce sull’offerta. Dalle nostre scuole escono ragazzi sempre meno preparati e cosa fa il nostro campione? Propone l’alternanza scuola lavoro non preparandoli a scuola e abituandoli a un lavoro sottopagato. E sembra che il suo successore sia propenso a restare sugli stessi binari.

Insomma, non so quando si voterà ma se le premesse, e le promesse mancate, sono queste, ne vedremo delle belle.

Il centrodestra, o come lo volete chiamare, visto il malessere a sinistra e i problemi in casa 5 stelle, ha una grande opportunità per tornare ad essere guida del Paese, e magari a breve della nostra regione e, chissà, del comune. Per non buttare alle ortiche questa occasione deve solo mettere da parte i personalismi vari, la sindrome da primadonna sempre, purtroppo, presente e lavorare ad un programma serio, credibile e concreto e dando spazio a coloro che si riconosco in quell’area pur non facendone, formalmente, parte. Occorre fare un percorso inverso rispetto a quello solito, trovando ciò che unisce, mettendolo su carta, e successivamente individuare gli elementi idonei a trasformare il programma in realtà e, tra essi, scegliere colui che sia in grado, per formazione e capacità personali, di rappresentarne la sintesi.

I metodi di scelta possono essere vari, se si punta alla quantità potrebbero andar bene, ovviamente con regole ferree, le primarie ma se si punta alla qualità delle scelte si dovranno organizzare momenti di confronto più specifici e i responsabili di partiti e movimenti dovranno esserlo,oltre che di nome, anche di fatto e dimostrarsi capaci di scegliere il meglio non per sè ma per la collettività.

Questo si faceva un tempo, la bistrattata prima repubblica, e questo si deve rifare. Si chiama selezione della classe dirigente. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Una squadra non può essere fatta di soli centravanti e il centravanti non va da nessuna parte senza coloro che macinano un duro lavoro nelle retrovie.

Renzi è riuscito, con la sua presunzione, a privarsi degli uomini di retrovia circondandosi di accondiscendenti sparring partners e con questa scelta non poteva che finire come è finita. Non credo che nel campo avverso si voglia seguirne l’esempio. Buona riflessione.
Da Cagliaripad 

Quando il popolo diventa un nemico

•10 dicembre 2016 • Lascia un commento


Proprio non gli va giù, il Popolo sovrano ha votato in modo difforme da quanto desiderato dalle, cosiddette, elite e da quanto auspicato dai potentati economici ed ecco che il Popolo diventa un nemico.
 Per una buona parte dei sostenitori del Sì, siano essi politici, giornalisti, professori o altro, è inconcepibile che la riforma delle riforme, il sogno renziano di dare una scossa al Paese mortificandone il libro sacro costituzionale, sia stato infranto da un popolo incapace, in questo caso, di fare la scelta migliore (per loro). Accusano noi, sporchi conservatori e cultori del No di non aver avuto coraggio e di preferire lo status quo all’incertezza della sfida lanciata dagli illuminati del sì. 
Davvero una pessima lettura quella data da questi aspiranti neo illuminati, solo loro avrebbero capito il valore della riforma. Solo loro hanno capito il verbo renziano, noi, con il nostro no, abbiamo chiuso le porte alla nuova età dell’oro e alle meraviglie che avrebbe portato l’innovazione costituzionale. Siamo dei retrogradi, conservatori, pavidi e pigri. Siamo dei veri miscredenti, incoscienti e ciechi. E sul tema si sono espresse le grandi menti progressiste, si è espressa quell’intellighenzia che si nutre di conformismo e caviale, quella che si mostra sensibile verso gli ultimi purché siano ultimi di importazione. Quella che parla del popolo per sentito dire ma che è più affine a banchieri e speculatori. 
Di quanto accaduto domenica scorsa, proprio non hanno capito nulla, non hanno capito che il Popolo ha voluto dare un segnale a chi si è rivelato essere più sensibile ai capricci delle banche che ai bisogni dei cittadini. Non hanno capito che la misura è colma e che il voto non è stato un voto di pancia ma un voto ponderato. Un voto per bocciare una riforma scritta con i piedi e con la quale si voleva privare il cittadino di ulteriori spazi di democrazia, Un voto che ha voluto essere l’Urlo di chi non ne può più di esser preso per i fondelli, di chi non ne può più di sentirsi raccontare una realtà diversa da quella vissuta nella quotidianità dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Una realtà fatta di sacrifici, di privazioni e fame. 
Chi non vive la vita reale con le sue esigenze non può pretendere di dare risposta a tali esigenze e non può pretendere di essere creduto. Possibile che non vi siate posti il dubbio che, magari, noi, abbiamo capito il disegno che c’era dietro la riforma e non ci siamo prestati a questo gioco? 

Einstein diceva: “la conoscenza intuitiva è un dono sacro e quella razionale è il suo servo. Noi abbiamo creato una società che venera il servo e ha dimenticato il dono.” 

Non vi viene il dubbio che in questo popolo del no sia riemerso il dono? E che la scelta sia stata più saggia della vostra? 

Da un lato vi invidio, invidio le vostre certezze ma non posso accettare le vostre offese verso coloro che hanno deciso di urlare “adesso basta!”

Basta alle vane promesse, agli imbonitori, ai superficiali, alla mediocrità imperante, al politicamente corretto. 

Basta ai saccenti, ai supponenti, agli avidi e alle marionette nelle mani di pupari senza scrupoli. L’Italia è un grande Paese, un Paese che ha avuto il coraggio di dire no anche per voi, un no che, magari, vi aiuterà a crescere e ad affrancarvi dal conformismo. 
Già mi immagino l’accusa: populista. 
Se pensare al bene comune e mettere al centro dell’azione politica l’uomo, il cittadino è populismo, allora Sì, lo sono. Ma ricordate che il populismo, il più delle volte, non è altro che la politica che dice la verità. Ad maiora 

Da cagliaripad 

Referendum, il No come segnale di riflessione per la classe politica

•6 dicembre 2016 • Lascia un commento


Sono passati pochi giorni dalla chiusura delle urne, il responso è stato chiaro e il risultato catastrofico per i sostenitori della riforma. Il Presidente del Consiglio ha fatto l’errore iniziale di personalizzare il voto referendario e non è riuscito, successivamente, a far dimenticare questo peccato iniziale: politicizzazione e personalizzazione del voto referendario.

 

Il popolo italiano ha assaltato i seggi e sommerso con una valanga di “no” Renzi e i filo governativi. Il risultato peggiore per Renzi e accoliti si è registrato nella nostra Isola dove il “Sì” non è arrivato neanche al 30%.

 

Quali sono le cause di questa debacle per i filo governativi? I Sardi sono stati più attenti ai risvolti della riforma? Hanno visto minacciata la propria autonomia? O hanno voluto lanciare un messaggio a chi governa la Sardegna senza successo?

 

Il Presidente della Regione, Francesco Pigliaru, si è espresso, rompendo il suo noto riserbo, pubblicamente per il Sì con argomentazioni più o meno valide ma che sembra non abbiano trovato il gradimento dei Sardi. Se fossimo dediti alla strumentalizzazione (come altri fanno) potremmo chiedergli di prendere atto della sconfitta e del fatto che non sia più gradito al Popolo sardo.

 

Lo stesso potremmo fare con il Sindaco del Capoluogo che pur non avendo espresso chiaramente il suo sostegno alla riforma sembrerebbe averla caldeggiata. Se così fosse e se continuassimo ad essere dediti alla strumentalizzazione, potremmo dire che anche la posizione scelta dal Sindaco non ha avuto il gradimento dei cittadini.

 

In città si è recato alle urne il 67,50% degli elettori (86.568) e il 69,71% (60.002) di questi ha bocciato la riforma. Quindi, sempre se volessimo strumentalizzare, potremmo dire che, quella di ieri, non è stata una bella domenica per Pigliaru e Zedda che hanno visto, così, sfumare il seggio a Palazzo Madama.

 

Per un 30% degli italiani non è stata una bella giornata ma lo è stata, certamente, per la Democrazia.

 

È innegabile che questo referendum abbia riesumato la voglia di partecipare del popolo. Nei momenti più critici il popolo risponde e questo deve essere un segnale per tutti, vincitori e vinti. I vincitori, anime spesso troppo diverse per stare insieme, hanno l’obbligo di iniziare a costruire le loro proposte per il futuro. Il m5s da una parte, la sinistra da un’altra e quanto rimane del centrodestra da un’altra ancora.

 

In questo campo occorrerebbe avviare una profonda riflessione e dare il via ad una fase costituente per presentarsi alle prossime scadenze elettorali con un’unica anima e una sola proposta seria e concreta per ridare fiducia e speranza a chi ancora crede che si possa fare politica senza urla e turpiloquio.

 

Alle scorse elezioni comunali, a Cagliari si è dato vita a un esperimento politico che ha unito tante anime di diversa provenienza (forse un’accozzaglia per Renzi) e che ha avuto circa il 35% dei consensi. Probabilmente è un punto di partenza da non dimenticare visto il superamento della dicotomia centrodestra-centrosinistra.

 

Il referendum ci ha stimolati a stare insieme e il risultato deve portarci a ricreare un soggetto politico alternativo a PD, sinistra e 5 stelle. La democrazia ha vinto, sta a noi onorarla.

Cagliaripad 

Il prossimo 4 dicembre non ci giochiamo solo la Costituzione, ma la Democrazia

•28 novembre 2016 • Lascia un commento
quesito-referendum-costituzionale1

#refendum #costituzione

Meno di una settimana al voto e i due schieramenti muovono le proprie armate, i sostenitori del Sì e del No riempiono tutti gli spazi possibili per sostenere la propria posizione in questa campagna referendaria sì va, via via, trasformando in qualcosa che va ben oltre il quesito referendario.

Il governo, con i suoi principali esponenti, non perde occasione per esternare le mirabolanti proprietà terapeutiche di questa riforma. A loro dire siamo di fronte alla soluzione definitiva, alla panacea di tutti i mali, al rimedio dei rimedi, siamo pronti, ormai, alla stura del gorgo italico.
Per il taumaturgo Renzi e la divina Boschi ormai ci siamo, grazie a questa riforma il Paese cambierà marcia e sarà pronto per ripartire.

Consentitemi qualche dubbio, questa riforma mina le basi democratiche del Paese, rende più difficile la partecipazione e porta via ampi margini di democrazia. Senza continuare oltre, posso arrivare ad affermare che il problema è ben più serio e va ben oltre la sfida tra il sì e il no. La domanda che dobbiamo porci è questa: siamo una democrazia?

Forse formalmente lo siamo ma in sostanza sono stati minati, negli anni, i pilastri di qualunque democrazia che si rispetti: conoscenza (cultura), libertà dal bisogno, senso di appartenenza e rispetto dell’autorità.
Le varie riforme nel campo dell’istruzione hanno rovinato il sistema scolastico, promozioni facili, eliminazione graduale del merito e svilimento della figura degli insegnanti.

Il mercato del lavoro è stato, via via, modellato per favorire i capitali e ridurre i lavoratori a numeri da usare e gettare all’occorrenza creando instabilità e rendendo il cittadino ricattabile e impotente davanti all’arroganza del potere. L’eliminazione graduale dell’insegnamento dell’educazione civica, la soppressione del servizio militare di leva e i cattivi esempi provenienti dalla Politica hanno allontanato i cittadini dalla Politica stessa e dal sentirsi parte di un’entità più grande: la Patria e lo Stato.

Tutto ciò ci ha resi sempre più individualisti e, di conseguenza, soli e indifesi contro un sistema che si sta creando. Un sistema in cui la politica non è più strumento per i cittadini ma servitore di una sovrastruttura economico finanziaria che vede nei confini e nel sistema democratico un nemico da abbattere. Più è ampia la partecipazione democratica e più diffuso il potere e meno è avvantaggiato il Leviatano finanziario.
In occasione del voto referendario del prossimo 4 dicembre dovremmo riflettere sul fatto che a favore della riforma renziana si siano schierati gli industriali e gli speculatori finanziari. Non deve farci paura lo spread ma chi lo manipola.

Il prossimo 4 dicembre non ci giochiamo solo la modifica costituzionale, la posta in gioco è ben più consistente: la Democrazia! Gli asserviti al sistema stanno giocando gli assi ma il loro è un bluff.

Meditate gente, meditate.

 

http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=39687

Tutti insieme per salvare il porto di Cagliari: Comune in campo

•12 agosto 2016 • Lascia un commento

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Tutti insieme per salvare il porto di Cagliari, centrosinistra e centrodestra. Il consiglio comunale ha approvato infatti ieri sera un ordine del giorno proposto in primis dai consiglieri Pieriorgio Massidda e Pierluigi Mannino, nel quale il Comiune si impegna a battersi perchè la sede dell’Autorità Portuale sarda resti Cagliari. Il tutto alla luce degli ultimi accorpamenti che hanno acceso la polemica, e di quanto avvenuto per la scelta di dirottare a sassari la nuova sede dell’Asl unica regionale. Su questo aspeytto Stefano Schirru di Forza Italia ha attaccato in aula il sindaco Zedda, per non essersi battuto abbastanza.

Jacopo Norfo

da web Castedduonline.it del 11 Agosto 2016

Ippodromo, allarme rosso Mannino: vincoli aggirabili

•12 agosto 2016 • Lascia un commento

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POETTO. Ma chi ha scritto il bando rassicura: «Non si potrà costruire»

Chi gestirà l’ippodromo del Poetto potrà «prescindere dai vincoli urbanistici e paesistici esistenti». Basta che le «proposte prevedano uno strumento di attuazione urbanistico che contempli interventi integrativi sulle aree, nel rispetto della destinazione» della zona. Chi prenderà ristorante e campi sportivi non potrà modificare un metro cubo.
È tutto scritto nei bandi della società ippica – controllata dal Comune – per l’affidamento delle strutture tra il mare e la laguna: decine di ettari in un ambiente ultratutelato, sulla fascia costiera e all’interno di un’area umida. Non si potrebbe piantare un palo senza autorizzazioni ma, si legge ancora nelle carte della società, è consentita «astrattamente la realizzazione di impianti di grande dimensione per la pratica sportiva e per lo spettacolo, sia al coperto che all’aperto, a scala regionale o provinciale, ammettendo come destinazioni complementari i servizi per il turismo».
Quali sono i piani per l’ippodromo? Si sta rischiando di aprire le porte a qualche investitore col mattone facile? A chiederselo è il consigliere d’opposizione Pierluigi Mannino – del gruppo #cagliari16 – che ha già protocollato un’interrogazione al sindaco per chiedere «chiarimenti in merito alle opere realizzabili». Una prima risposta arriva dal numero uno della società ippica, il funzionario comunale Antonio Gulleri, che ha scritto il bando e inserito le clausole che prevedono la possibilità di aggiramento dei vincoli: «Avevamo l’obbligo di massima chiarezza nei confronti dei soggetti eventualmente interessati alla gestione, quindi abbiamo inserito anche le indicazioni su cosa astrattamente si può fare. Poi esistono molti anticorpi normativi rispetto a eventuali tentativi di speculazione. Io sono ambientalista convinto, non accetterei mai di far costruire in quell’area».
Mannino però vuole subito chiarezza su quell’astrattezza: «Frasi sibilline che andrebbero quantomeno chiarite. Il vincolo attuale prevede che nulla possa essere realizzato ma, dalla lettura del bando, parrebbe esistere la possibilità di edificare. Credo che vada tolto ogni dubbio, per evitare incomprensioni con i possibili interessati alla gestione e spiacevoli inconvenienti».
La scadenza dei termini per l presentazione delle offerte è a metà settembre: chi vince avrà l’ippodromo da un minimo di 6 anni a un massimo di 30.
Enrico Fresu

Da L’Unione Sarda del 10 Agosto 2016